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10 agosto 2015

Tutti amano Lars


C'è Dogville, da una parte.
C'è un piccolo paese, dove tutti sembrano buoni, ma nascondono un cuore cattivo, un'anima nera fino alle ossa;
C'è una ragazza, che diventa il capro espiatorio dei peccati dell'intera cittadina.
C'è indifferenza, odio, rancore e violenza.

E poi c'è Lars.
C'è suo fratello Gus, che si porta dentro il rimorso di non essere stato abbastanza accanto al fratello minore quando la madre, dandolo alla luce, è morta.
C'è Karin, la moglie di Gus, che è ostinata nel voler portare un po' di amore nella vita dell'introverso giovane cognato, che lo invita a cena, a colazione, gli offre grandi abbracci, abbracci che "fanno male", perché sono veri e caldi e confortanti.

L'amore ferisce. E per non sentire il dolore ciascuno di noi fa quello che può e che sente.

Lars, per non sentire quel dolore, decide di creare un mondo dove niente può ferirlo, dove può costruire passo per passo la vita come lui la vorrebbe, con una donna che non potrà mai tradirlo, mai lasciarlo e mai morire.

E così arriva Bianca: per Lars è l'Amore, il primo e vero. Per gli altri, solo quel che è davvero: una bambola di plastica. 




E così, per amore di un solo paesano, tutti fanno finta che il mondo fittizio che Lars si è costruito sia vero: accettano Bianca, la coinvolgono nelle attività di volontariato, la invitano alle feste, le tagliano i capelli, la vestono, le fanno grandi complimenti, senza mai tradirsi. Tutti: le vecchiette del paese, il parroco, i colleghi di lavoro del ragazzo. Per amor suo, entrano nel suo mondo per restarci; per amor suo, recitano da mattina a sera pur di non turbare l'equilibrio che quella storia impossibile sembra donargli.

Il grande miracolo di questa pellicola sta nell'incarnare l'estremo opposto della città dei cani di Von Trier. Un altro Lars, un'altra Danimarca, e un'altra storia, tutta diversa e piena di amore. 

Certamente non è un film leggero, "Lars e una ragazza tutta sua". 
Però, alla fine, un sorriso confortante riesce a regalarlo: tutti abbiamo i nostri tempi, per superare il dolore; ma se abbiamo accanto le persone giuste, non avremo bisogno di nessun altro, all'infuori di noi stessi, per venirne fuori e, finalmente, vedere la luce.

26 ottobre 2014

Extraterrestrial: quando l'alieno è più umano dei tuoi simili

Che cosa succederebbe se scoprissi che gli extraterrestri esistono?
Come reagiresti?
Che faresti se rapissero proprio la tua dolce metà?

The Vicious Brothers tornano, dopo ESP - Fenomeni Paranormali (pluriosannato, pluripremiato), all'horror tradizionale, o almeno così sembra. La trama, sulle prime, non sembra proprio essere tra le più originali: cinque ragazzi decidono di passare il week end nella casa della protagonista April (una dotatissima Britney Allen); casa che, guarda guarda, si trova proprio nel bel mezzo di un bosco isolato. Deja vù? Lo schema già visto milioni di volte si ripete quasi sfacciatamente: lui, bravo ragazzo fisicamente prestante, chiede a lei, di carattere e indipendente, di sposarla, lei rifiuta, lui non le parla, gli amici cercano di mettere pace, tutti tranne uno, l'Amico Stronzo, quello più drogato di tutti, più alcolizzato e più insofferente che di solito fa una pessima fine (e infatti). In apparenza, un'altra noiosissima pellicola che ricalca il solito soporifero trend, con tanto di luci che si spengono e discesa nelle tenebre della cantina.

Ma forse, e dico forse, non è così tutto casualmente da manuale. La storia comincia a prendere una piega un tantino diversa quando, proprio nel  bel mezzo del gran rifiuto della protagonista di sposare il macho man, qualcosa cade a grande velocità dal cielo, e si sfracella nel bosco. Un meteorite? Un aereo? Impossibile farsi gli affari propri, e i ragazzi salgono in macchina alla volta dell'incidente, muniti di smartphone per filmare col solito cinismo adolescenziale la disgrazia. Quando arrivano, però, non si trovano davanti ai resti di un aereo, bensì di un bel disco volante, inequivocabilmente alieno.


Seppure l'idea dell'UFO crash sia una buona variante alla solita carrellata di epidemie, cani feroci,
maniaci eremiti, tutto si svolge più o meno secondo i canoni, almeno per la prima parte del film. Salva la pellicola un buon ritmo e dialoghi abbastanza credibili. Poi, a metà della narrazione, la svolta.

***ATTENZIONE: SPOILER***
Da quando appare sullo schermo il primo alieno, ovviamente un Grigio, "Extraterrestrial" torna a essere potenzialmente interessante nonostante i cliché. Perché The Vicious Brothers forse in mente hanno proprio questo: farci credere che l'orrore sia tutto uguale, per poi sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo, facendo fuori quasi subito e assai rapidamente il Buono (lo sceriffo), mostrando  - cosa che fino ad oggi non era mai accaduta - l'interno dell'astronave aliena e mettendoci davanti a un finale crudo e dal messaggio molto chiaro: hai paura degli alieni? Forse dovresti averne di più degli esseri umani, perché la pietà al giorno d'oggi è davvero roba dell'altro mondo.
***FINE SPOILER***

Una buona regia, una fotografia non certo da Oscar ma nemmeno da buttare, recitazione accettabile e cinismo finale fanno sì che il film possa dirsi di una certa dignità cinematografica; tutto sommato non è un pessimo risultato, anche se i capolavori - è scontato - sono altri.

Chissà che cosa ci staranno preparando The Vicious Brothers per l'anno 2015. Io, a questo punto, sono curiosa.

Photo: ©Internet Movie Database

6 luglio 2014

Dèmoni: quando il cinema horror non era digitale

Attenzione: chi è facilmente impressionabile non prosegua oltre, perché il film che andrò a trattare è quanto di più disturbante, terrorizzante e splatter il cinema anni '80 abbia mai partorito.

La locandina originale: il film uscì in lingua inglese per il mercato estero.


LA GENESI:
Dèmoni (1985), regia magistrale di Lamberto Bava e prodotto da Dario Argento, ha un parto molto difficile già a partire dal soggetto, inizialmente di Dardano Sacchetti (che ahinoi, è anche l'autore del soggetto di "Tulpa" di Federico Zampaglione, sul quale preferisco glissare: che delusione, dopo aver visto un ottimo "Shadow"!), che all'epoca firmò diversi soggetti horror veramente notevoli, come "Il gatto a 9 code", "Reazione a catena", "L'aldilà" di Lucio Fulci, per citarne solo alcuni. Una fantasia, la sua, prolifica, visionaria e profondamente in linea con gli intenti dei Maestri del cinema Horror degli anni 70-80; ad oggi rimpiango un po' tutta quella passione e dedizione sia dei tecnici del genere sia del pubblico, che sapeva apprezzare e distinguere molto meglio ciò che era meramente spazzatura e ciò che invece meritava il grande schermo.

Finì però in un gran polpettone, quel soggetto: Bava che da un lato aveva in mano una storia geniale (Dèmoni è tutta farina del suo... Sacchetti!) e dall'altro la possibilità di lasciare la produzione a Dario Argento e girarlo con un ben più ricco budget, e Argento stesso che, non sappiamo perché, è poco convinto e finisce per licenziare il Sacchetti, per poi firmare la sceneggiatura con quattro nomi: Dario Argento, Lamberto Bava, Franco Ferrini, e, infine, buttato lì, povero, Dardano Sacchetti. Roba che le liti tra Brooke Logan e Taylor Hayez ci sembrerebbero allegre dimostrazioni d'amore saffico.


Geretta Geretta e la maschera d'argento (no, non Dario)

LA TRAMA:
Una ragazza, Cheryl, interpretata dalla Natasha Hovey di Verdone in "Borotalco", riceve da un losco e troppo silenzioso Michele Soavi (grandissima comparsata) due biglietti per l'inaugurazione del cinema Metropol, dove è in programma la proiezione di un misterioso horror. All'entrata, ad accogliere gli spettatori, una Nicoletta Elmi (Benedetta Valentini de "I ragazzi della IIIa C") con lo sguardo che non la racconta giusta; al centro dell'atrio, una Cagiva (sponsor!) alla quale è appesa una maschera d'argento. Una prostituta, Rosemary (Geretta Geretta), accompagnata dal suo magnaccia (Bobby Rhodes, che ritroveremo nel secondo capitolo del film) e da una "collega", provandosi la maschera si ferisce. Durante la proiezione, il protagonista indossa la stessa maschera, si ferisce a sua volta e si trasforma in un feroce demone. E Rosemary? Scappa in preda al panico verso il bagno, e dà il via a una vera e propria epidemia dalla quale non c'è scampo: il cinema è completamente sigillato, e la Hovey, al fianco del bell' Urbano Barberini, dovrà sudare fino alla fine la propria salvezza (con botta finale, io ve l'ho detto).

I TECNICI:
Sergio Stivaletti con il "suo" Menelik
Due nomi, un grandioso lavoro: Sergio Stivaletti per gli effetti speciali, Rosario Prestopino al trucco di scena. A questi due grandi professionisti va il merito di avermi spaventata fino all'ossessione, all'epoca. Un realismo nelle trasformazioni, realizzate con elementi meccanici (altro che Avatar!) con zanne che rimpiazzano i denti, artigli che scalzano le unghie, bava verde che non si sa cosa sia e una dovizia di particolari terrificanti che portarono il film, tutto sommato di umile nascita, a essere un vero capolavoro che è riuscito a influenzare il cinema di oggi.


Nancy Brilli visibilmente scossa dalla sceneggiatura

L'anno seguente, nel 1986, esce il sequel, "Dèmoni 2", con stessa trama ma diversa ambientazione: questa volta i dèmoni escono dai monitor tv e infettano un intero condominio supertecnologico, che diventa una tomba per i malcapitati inquilini. Tra gli attori, Coralina Cataldi Tassoni, Michele Mirabella (già comparso nei film di Fulci), Nancy Brilli e Davide Marotti, "Ciribiribì Kodak", per capirci.  Altro giro, altro regalo: stavolta il sangue dei dèmoni è corrosivo e, bucando non solo lo schermo ma anche i pavimenti, riesce a propagare il morbo di piano in piano senza grossa fatica. Sarà compito del bel David Knight riuscire a portare in salvo la povera Nancy Brilli, incinta del suo bambino.

Su questo sequel non mi dilungherò, ma voglio citare il mio amico e regista horror Davide Scovazzo, che a mio parere ha centrato il nucleo della questione: "Demoni 2 ci ha insegnato che Derek Zoolander aveva ragione: i modelli sono delle macchine da guerra!" 

IL SALTO DI QUALITA':
no ma... al limite del plagio!
Dèmoni è un film di svolta per il cinema horror, che allora aveva contato soprattutto sugli zombie per raccontarsi. Qui abbiamo diversi elementi che cambieranno per sempre il "mostro" cinematografico. Anzitutto, la dinamicità dei movimenti: questi esseri scattano verso le prede con una velocità che farebbe invidia a Ultraman, affossando una volta per tutte la lenta camminata da morto vivente (e risolvendo così il sommo problema di trovare una giustificazione al fatto che riescano sempre a raggiungere le proprie vittime, nonostante le stesse abbiano il tempo di andarsene pure dal parrucchiere); poi, la malvagità come un morbo che si propaga attraverso il sangue: sarà una coincidenza, ma proprio in quel periodo aleggiava sulla società un nuovo spauracchio, quello dell'AIDS. Il fatto che sia proprio una prostituta a iniziare il contagio forse non è così del tutto casuale. Inoltre, l'aspetto degli stessi mostri: non più simile a qualcosa di morto, ma creature nuove, vive e maledette, la cui trasformazione non viene negata all'occhio dello spettatore, ma mostrata con una lentezza da camera di tortura. Stivaletti ha dato il meglio di sé nella creazione degli effetti meccanici, e senza l'aiuto di software: tutto si tocca con mano. Il cinema di oggi ha fatto tesoro di questi insegnamenti, basti pensare a "28 giorni dopo" o a "REC": ambientazione claustrofobica, sguardi e movimenti veloci ricordano i dèmoni di Bava, in tutto e per tutto, idea del contagio compresa. Un po' meno mostri, più posseduti, ma non neghiamolo: ha fatto scuola.


Ora, guardiamoci in faccia: io di horror ne ho visti tanti, belli e brutti, ma nulla mi ha mai spaventata come Dèmoni; io ero una bambina che a sei anni ha rotto i maròni ai genitori per guardare Profondo Rosso e le è pure piaciuto, i film di zombie mi facevano ridere tanto e con i vampiri andavamo a fare merenda insieme. Non c'è una sola spiegazione per il puro terrore che mi prese alla visione di queste creature. Raccapriccianti quanto vuoi e in un modo disturbante, va bene: né i primi, né gli ultimi. Forse il tema del contagio è stata la miccia che mi lasciò in balìa della sospensione di incredulità; oppure il sapiente trucco di Prestopino, o le zanne meccaniche di Stivaletti. Chi lo sa. Sta di fatto che ancora oggi devo sforzarmi e guardarlo a pezzettini, per ricordare a me stessa che è solo un film, che se vado al cinema poi posso uscire, che posso anche lasciarla accesa, la tv, e che quella macchia che vedo sul soffitto è solo simpatica umidità. C'è qualcosa di ancestrale che emerge, però, qualcosa di non detto: forse è la cattiveria atavica dell'uomo che fa paura, la sua imprevedibilità, la possibilità che abbia il sopravvento sulla ragione. Chi lo sa.

Nel dubbio, continuiamo anche oggi, che è il 2014, a parlarne: se non è sinonimo di successo questo... Buona visione! Se bussate alla mia porta non vi apro. Non si sa mai.

25 maggio 2014

"Blue Jasmine", un fiore avvelenato


Non giudicare un libro dalla copertina. 
Non fidarti del lupo travestito da agnello.
Non è detto che la mela più bella sia anche la più buona.

La saggezza popolare ha sfornato una miriade di avvertimenti per tramandare un concetto fondamentale, e cioè che non sempre la realtà è ciò che sembra. Questo il solo - ma più che sufficiente - soggetto attorno al quale si svolge la trama di "Blue Jasmine", ultimo capolavoro di Woody Allen, che questa volta ha voluto al suo fianco un'azzeccatissima Cate Blanchett, a mio parere l'unica attrice che potrebbe fare le scarpe alla quasi irraggiungibile Nicole Kidman per bravura e intensità. 

Un ruolo perfetto quello di Jasmine: perfetta illusa, perfetta snob, perfetta bugiarda. Quando arrivi a mentire anche a te stesso, ecco, ci sei: se allunghi la mano puoi toccare il fondo. Com'è? Potessi anche assaggiarlo, saprebbe di vodka e limone, xanax, lacrime e qualcosa di indefinibile, un retrogusto che forse è solo immaginato, forse è reale, di solitudine. Jasmine è una donna che - pur essendo stata molto ricca, perde tutto in un attimo: marito, figliastro, "case, pellicce, anelli", come lei stessa afferma in una battuta, e dulcis in fundo, il senno: decide perciò di andare a vivere per un po' dalla sorella povera Ginger, che al contrario di lei non avrà una casa enorme né un marito ricco sfondato, ma è felice, almeno così sembra. Con l'arrivo di Jasmine, la sua vita si trasformerà per un po' in un casino, ma vi tranquillizzo senza fare spoiler: è un attimo, perché povero non significa necessariamente stupido, o cieco

La storia di Jasmine è un po' un pretesto per dire tante cose senza urlarle, cosa che Allen ha sempre fatto con grande maestria: giocare con i personaggi, metterli a paragone, spogliarli piano piano con la tecnica del flashback; e la Blanchett a rendere il tutto una sinfonia perfetta, con le giuste pause, gli acuti e i bassi dove devono stare. Grandissima prova di una professionista che ha già consolidato il suo talento in numerose pellicole per il grande schermo e che si è meritata l'Oscar come migliore attrice protagonista. Non conosco nessun'altra in grado di convincermi così bene di essere la Regina d'Inghilterra e al contempo un'illusa schizoide. A parte la Kidman, s'era detto.

Guardatelo e gustatelo come un cocktail. Se vi piace che resti in bocca anche un po' d'amaro, dopo.

18 maggio 2014

"Lei" ha a che fare con "Noi"

Difficile stendere una recensione canonica, per un film come quello che ha realizzato Spike Jonze con "Her". Perché sembra andare di superficie, ma in realtà si fa strada dentro, in quel posticino dove abbiamo racchiuso ciò che ci rende quello che siamo, i sentimenti che abbiamo vissuto, le insicurezze, le paure, i dubbi. Noi. 

Siamo in un futuro non troppo lontano. Theodore sta divorziando da Katherine, l'amore della sua vita, fino a quel momento; trascinandosi tra il lavoro e una vita sbiadita, un giorno acquista un nuovo tipo di Sistema Operativo (OS, appunto), e sceglie che sia una voce di donna a fargli compagnia mentre organizza il suo lavoro. "Lei", è da subito diversa da qualsiasi altro sistema operativo: si sceglie il nome da sola, Samantha, perché le piace come suona, ride alle battute, è simpatica. Piano piano Theodore scopre che è possibile lasciarsi alle spalle sofferenza e incertezze, lasciandosi andare a qualcosa di nuovo e sconosciuto, ma bello e oltre qualsiasi fisicità. Si abbandona a un viaggio nella propria umanità e la riscopre, grazie a Samantha. E s'innamora di "Lei".

Ma Samantha è molto più che umana; il luogo in cui cresce è al di là della nostra realtà e va più veloce. E i silenzi, i sospiri, non riescono a colmare distanze così immense. Il limite di Theodore è una roccia pesante che lo trascina sul fondo, impedendogli di liberarsi davvero e completamente.

La nostra umanità non è in grado di andare oltre, ma solo di andare avanti. Possiamo iniziare un altro capitolo, ma non sarà mai slegato da quello precedente. E la poesia con cui questo sale a coscienza, sullo schermo, nel cuore, nei ricordi: questo fa di "Her" molto più di un semplice film, più di uno scenario. E al contempo è solo uno dei tanti modi per raccontare quanto sia difficile non soltanto amare, ma accettarlo e accettare che l'amore che riceviamo sia diverso da quello che vorremmo e, infine, lasciarlo andare.

E tuttavia non termina tutto qui. 
Perché "la vita è una", e alla fine vogliamo tutti la stessa cosa: "gioia".

E allora la troviamo in qualcosa che ci dia conforto. Non è la felicità, o forse sì, magari è proprio quello. Chi lo sa. Ma, intanto, la nostra vita procede, un capitolo per volta. E si lascia indietro personaggi che ci restano comunque attaccati fino alla fine del libro. 

Per sempre.

23 aprile 2014

La vita (noiosina) di Adèle


Alla fine mi sono fatta forza e l'ho visto.
Ho passato tre ore della mia vita a guardare "La vie d'Adèle", per capire i motivi che hanno spinto la giuria del Festival di Cannes a consegnare a Kechiche la Palma d'Oro.

Sinceramente? Molto ben scritta la sceneggiatura, bellissima Adèle Exarchopoulos, espressiva, perfetta per quel ruolo. Scialbetta e noiosa, Lèa Seydoux. La storia: come tante.

Le scene di sesso esplicito sono state criticatissime; la ragione, secondo me, non sta nel fatto che si trattasse di scene di sesso tra donne, anche perché haivoja nei film dal 90 ad oggi ad aver visto tanto quanto, se non di più; basti pensare ad Antichrista di Von Trier, con quel simpatico primo piano da pornazzo all'inizio. E poi, sempre di Von Trier, c'è Nymphomaniac adesso che catalizzerà l'attenzione. Il punto non è la scena di sesso in sé, è la sua gratuità nell'inserimento nella storia.

La narrazione giustifica il mettere in mostra il corpo, in un film d'autore. All'inizio viene mostrato come Adèle non riesca a essere coinvolta in un rapporto con un ragazzo, l'imbarazzo, l'impaccio della propria sessualità, l'insoddisfazione. Poi, con Emma, cambia prospettiva: Adèle quasi conduce il gioco pur essendo la sua prima esperienza con una ragazza, e tutto acquisisce un senso potentissimo, chiarisce quanto non mentire a sé stessi sia fondamentale per esprimere anche la propria sessualità.

Il problema è che dopo, nelle scene di sesso successive, c'è molta gratuità. Come trasformare in un sasso un film di tre ore che, senza quel lunghissimo soffermarsi su atti espliciti, avrebbe potuto anche essere meno pesante. Tutto qui.

In definitiva, bella la fotografia, bello il modo in cui si è deciso di raccontare questa storia. Bello come si affronta la paura di essere soli, bello anche come si descrive il tradimento. In fondo, forse, questa palma d'oro non è del tutto immeritata.

Però, alla fine, al cinema s'è visto di meglio.

1 maggio 2013

Corsi e ricorsi nei film dell'orrore

http://bit.ly/ZVKnvB

Sarà che quand'ero piccola mi piaceva lo zio Tibia Picture Show, che andava in onda tutti i venerdì, e per anni sono cresciuta a zombie, vampiri, licantropi e mostri: sta di fatto che ogni volta che mi metto davanti a un horror, dopo cinque minuti sbadiglio o rido e prendo per il culo tutti i personaggi. Noia e ricorsi. E poi troppi, troppi remake fatti malissimo. Ok che l'horror deve fare affidamento sulla sospensione dell'incredulità,   ma possibile che si verifichi sempre che:

  1. ogni casa possiede una lugubre cantina con delle scale 
  2. se c'è un nero, muore per primo, oppure fa il poliziotto (e muore a metà film)
  3. il fidanzato, se non è l'assassino, muore per primo (a meno che non ci sia un nero nei dintorni, e allora vedi sopra).
  4. tutti gli studenti - se fanno una vacanza - scelgono di andare nel bosco, con delle gnocche appresso
  5. se nel bosco c'è un fiume, è certamente contaminato
  6. se c'è un cimitero, è certamente infestato
  7. se c'è una casa, ci abita un assassino (e di solito si nasconde in cantina)
  8. La più figa o muore per prima oppure è l'unica che si salva (se ha un fidanzato: vedi regola n°3)
  9. la bambina è sempre posseduta dai demoni
  10. il bambino muore sempre annegato/soffocato o squartato dai demoni
  11. il benzinaio è sempre un complice
  12. gli indiani conoscono tutte le case che sono state costruite sopra delle tombe
  13. tutte le disgrazie di cui sopra accadono in America

Ah, dimenticavo: il numero 13 è sempre ricorrente.

9 marzo 2013

L'Atlante delle Nuvole

One night a movie saved my life.
Ché l'ho sempre saputo: lo so, lo so, basta uno sguardo, uno soltanto, per capire che si è destinati a condurre il cammino a fianco, se non insieme accanto, insieme lontano, ma comunque insieme.

Sixsmith, avrei potuto scriverti io quelle parole, e guardarti mentre mi cerchi senza dire nulla, in un'altra città, in un'altra vita, magari dal finestrino di un treno.

Uno sguardo, solo uno: le nostre vite non sono nostre, sono legate a quelle degli altri; negli occhi si nasconde un richiamo, e una polaroid del primo momento in cui quello sguardo si è incrociato al mio riaffiora,  scopre il legame, lo tende, lo rilascia, e quello non si spezza, cresce, si avvolge, mi avvolge, ci avvolge: diventa noi.

Non c'è che quel noi che siamo, a ricollegare tutto, senza fine, come in un bellissimo atlante delle nuvole.


(Wachowski, siete due fottuti genii.)



25 agosto 2011

The Truth is In Here

Per fare felice la mia amica Valentina , appassionata quanto me di telefilm purché di basso livello (innegabile il fascino delle serie trash!), di film e di gossip, dimostrerò con questo post che dietro alle più famose tv-series e cult-movies americani degli ultimi quindici anni giacciono segreti e legami inenarrabili.

Tutto ha inizio con BEVERLY HILLS 90210.
Abbiamo lasciato tutta la compagnia in spiaggia senza Brenda, partita in cerca di gloria alla volta di Parigi; di lei nel telefilm non si dice più nulla, ma fonti certe raccontano di averla vista in un bistrot della capitale francese, intenta a rimorchiare il poliziotto Tom Hanson (il quale però cerca di togliersela di torno fingendo di essere Il Cappellaio Matto); una volta scaricata dal bel Tom, Brenda si ritrova ubriaca a ballare sui tavoli insieme a  Mc Namara e Troy, che si trovano lì per una vacanza insieme a Julia, la moglie di Julia, Olivia, la figlia di Olivia, ed Ellen DeGeneres. La nostra vanitosa Brenda, dunque, si fa convincere dai due chirurghi a correggere col bisturi qualche imperfezione; qualcosa però va storto e, nip di qua, tuck di là, tolte le bende postoperatorie, Brenda si ritrova la faccia di Lorelai Gilmore. Nel frattempo i Men In Black vengono informati da Mc Namara dell'errore, e si offrono di cancellare a Brenda la memoria, offrendole una nuova identità, quella di Lorelai Gilmore per l'appunto, e convincendola di essere carina, gentile, socievole e simpatica. Una volta trovato un nuovo ruolo per la ragazza, i Men in Black si rendono conto però che è necessario fornirle anche un passato; prendono quindi i veri coniugi Gilmore e fanno pulizia anche nelle loro menti, convincendoli di avere una figlia di nome Lorelai. I due si recano poi dalla fruttivendola di Stars Hollow che però fa pagare loro ben 10 $ un etto di prugne secche, così decidono di vendicarsi cancellando anche la memoria della fruttivendola e della di lei figlia, e facendo credere a quest'ultima di chiamarsi Rory Gilmore, figlia di Brenda-Lorelai. A questo punto della storia Mulder e Scully per poco non scoprono tutto a Tunguska, per colpa di un'intercettazione partita dalla nave di Diana dei Visitors, che per far perdere le sue tracce decide di travestirsi da biondina e di sbarcare a Capeside con il nome di Jen Lindley. Qui conosce un certo Dawson, del quale è innamorata la moglie di Tom Cruise prima d'impazzire (e sposare Tom Cruise), e decide di sedurlo, folgorata dai due criceti che tiene in camera da letto, nomati Zack e Cody, che tenta invano di ingollare. Joey Potter si ritrova quindi single e disperata. Per fortuna, il figlio minore di Andrea Zuckerman, Pacey, la nota mentre chiacchiera amabilmente con Hanna Montana, che è appena stata assunta da Benjamin Horne al One Eyed Jack's, con il nome in codice di Francesca CacacePacey, che nel frattempo scopre di essere tornato per via di esperimenti del padre Walter Bishop da un mondo parallelo, se la tacchina per un po' e poi tenta di portarsela a letto, ma lei desiste perché nasconde un terribile segreto: in realtà Joey Potter è Buffy l'Ammazzavampiri, e si trova a Capeside solo per far fuori Diana credendo che si tratti di Sookie Stackhouse vampirizzata. Quando scopre di essersi sbagliata, Dawson le rivela di non chiamarsi davvero così, e di non essersela portata a letto perché credeva di essere suo fratello, Harry Potter. Diana, intanto, finge di essere malata di cuore e riesce a scappare da Capeside con l'astronave madre. A questo punto tutti quanti (Brenda-Lorelai, Rory, Pacey, Joey ed Harry Potter, Zack e Cody - che si rivelano in realtà i due gemelli Winsley sotto incantesimo Animagus - , Hanna Montana ed Ellen DeGeneres) partono alla volta di Mordor dove, insieme a Frodo, Sam, Gandalf e Mc Giver, sconfiggono grazie a un chewing gum e a un filo interdentale il temibile Voldemort, dopo averlo smascherato dietro le mentite spoglie di Tory Spelling.


Ecco, questa è la verità.
E ora scusate, devo andare, mi stanno chiamando un'altra volta da Cabot Cove.



10 luglio 2011

The Hours

Alcune parole ti piombano addosso come pioggia sulla pelle riarsa e spaccata dal sole, che brama di essere bagnata per spegnere l'incendio che brucia e la consuma, che chiede la vita quando intorno a sé non c'è che il deserto; eppure non la vede ancora, serba la sua rinascita custodendola dentro di sé, sentendola premere prepotente e non ha alcun'altra scelta se non quella di accettarla, accoglierla, lasciare entrare la luce. A volte mi chiedo come hanno potuto attendermi certi libri, come hanno potuto esistere certe immagini senza che io le avessi potute godere, poiché una volta incontrate ho compreso che erano già dentro di me, nel profondo, dietro qualche porta che attendeva solo la chiave che l'avrebbe aperta.

"Non si può trovare pace sottraendosi alla vita" (V.Woolf).

10 aprile 2011

To Lo Someo.

Starò invecchiando, ma oggi mi sono davvero commossa tanto, e dire che volevo solo guardare un horror che non mi facesse sbadigliare dopo soli cinque minuti, come ultimamente spesso mi capita.
Eppure questo film a bassissimo costo, dal titolo che si pronuncia in un soffio, "Lo", mi ha profondamente commossa e colpita per la delicatezza e la dolcezza con cui parla di amore e diversità. Una storia semplice, senza grosse trame, vagamente anni '80, lineare e forse un poco prevedibile, ma ben strutturata, divertente e toccante. Il punto è uno: non importa chi sei, non importa quanto tu possa sentirti diverso. C'è sempre qualcuno in un angolo del mondo che potrebbe essere disposto ad amarti per ciò che sei.
Visto come vanno le cose al giorno d'oggi, l'ho accolto come un messaggio di speranza.
p.s. la colonna sonora di Scott Glasgow è bellissima.

2 marzo 2011

Sì, però...

...anche basta, con 'sti post da sospiro&suicidio. Parliamo di cose interessanti.

27 agosto 2010

Freddie VS Freddie

Ieri sera sono andata al cinema sotto casa per vedere un film che aspettavo da tempo con impazienza, in quanto ero certa che mi avrebbe ricordato le amenità e le dolcezze dell'infanzia, i sogni, i giochi, la spensieratezza, l'allegria... esatto, proprio quello! Parlo di "Nightmare on Elm Street".
Dovete sapere che io ho iniziato a essere una dark a cinque anni, quando ho capito che avrei voluto disegnare le occhiaie al piccolo innocente compagno di asilo che mi aveva chiesto di diventare la sua fidanzatina (all'epoca avevo più corteggiatori di adesso).
Tra i miei amori virtuali, il più assurdo era certamente Boy George (...ma questa è un'altra storia), ma subito dietro di lui (intendo sul podio) c'era Robert Englund as known as nientemeno che Freddie Krueger, l'uomo con la manicure peggiore di quella di Florence Griffith. Non so spiegare bene per quale motivo non mi terrorizzasse l'idea di flirtarci, ma di lui non ho mai avuto paura, anzi, quasi lo stimavo perché riusciva a non fare dormire le belle ragazze, contrariamente a molti dei miei vetusti spasimanti.
Sta di fatto che, quando mi sono accorta che avrebbero presto proiettato nelle sale il remake del primo Nightmare, mi sono emozionata. Ci sono però un paio di considerazioni post visionem che vorrei condividere in questa sede per evitarvi di rovinare anche i vostri sogni di gioventù, e senza l'aiuto di Freddie.
  • Ok ragazzi, DIVIDIAMOCI!
    Va bene che esiste il principio di sospensione d'incredulità, ma non posso accettare che, dopo avere assistito personalmente all'assurdo suicidio di un amico nel sonno, possa mai venirti in mente di andare in piena notte nel garage per tirare giù la scala che porta in soffitta e il tutto con in mano una torcia elettrica a 1 Watt. Se poi viene il babau a prenderti, non ti lamentare. Sta solo liberando il mondo dai cretini (altro motivo per cui AMO Freddie).

  • Rivogliamo Robert Englund
    questo paragrafo avrebbe potuto intitolarsi anche "Samuel Bayer non capisce un tubo", perché il vero problema, oltre a quello che ormai mi sono abituata alla faccia di Englund, è che questo Freddie è abominevolmente PIATTO. Mi spiego: Krueger del 1984 aveva una personalità da vero bastardo dentro, prendeva in giro le sue vittime, a volte riusciva persino a essere simpatico, spesso faceva tenerezza (tipo quando i bambini della sua età lo scherzavano); questo "coso" - che sembra il cinese in coma delle barzellette di Verdone - interpretato da Jackie Earle Haley*, invece, non riesce nemmeno a fare paura. È brutto, è cattivo, puzza certamente di bruciato e ha un maglione identico a quello che portava Englund nel 1984, ma non riesce a sembrare credibile. Se non fosse stato per il regista, che dissemina ovunque, persino esagerando, scene in cui qualcuno arriva da dietro all'improvviso, ci saremmo tutti addormentati in sala restando in linea con il concept della trama, e forse più soddisfatti della spesa del biglietto.
    A tutti coloro che vogliono girare remake di horror passati alla storia, bisognerebbe ricordare che bisogna essere umili quando si ha a che fare con un personaggio che "vive" aldilà della sceneggiatura che gli ha dato vita. Freddie Krueger è ormai da anni nelle pagine della storia del cinema come se fosse esistito veramente. Non ci si riferisce a lui come "il mostro di Nightmare on Elm Street", ma come Freddie. Lui è Freddie e basta, e tu, regista che ti credi furbo, se deludi lo zio Freddie stanotte rischi di non fare un bel sonno. Capito?

  • Colonna Sonora? Si mangia?
    Altra cosa che Bayer non deve avere afferrato è che la musica ha la sua importanza, in un film: la sensazione inquietante che la colonna sonora del vecchio Nightmare riusciva a metterti sotto la pelle, tra filastrocche (1 2 3 Freddy vien da te / 4 5 6 Dimmi dove sei / 7 8 9 Freddy fa le prove/ fa paura la sua voce /finiremo sulla croce, questa notte non dormire!) e un "tema" inconfondibile seppure breve, non si può sostituire con il sangue finto o la computer grafica.

  • Non ci sono pause
    Questo, a mio parere, è il difetto peggiore del film. La mia è un'impressione che si basa sullo sbiadito ricordo della prima visione di Nightmare, ma mi pare che i tempi siano troppo frenetici. Arrivi alla fine con la sensazione di avere appena visto il Bignami dell'originale.

  • MakeUp contest (sconsigliato agli impressionabili)
    Secondo voi, quale di questi trucchi di scena sembra più realistico? Quale vi pare più "di gomma"? Quello a destra o quello a sinistra? Per votare clicca sulla FOTO e poi lasciami un commento, anche se so già quale sarà la tua risposta! Ah, se vuoi puoi insultare anche i truccatori.

Per concludere: se avete voglia di rivedere Freddie vi consiglio di comprare i DVD della vecchia serie e goderveli sul plasma a casa.

Oppure, in alternativa e se proprio non volete rinunciare all'HD... fatevi un bel pisolino.



* Ma chi è??? Chi è??? Come si permette di prendere il posto di Robert Englund!


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