Visualizzazione post con etichetta on writing. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta on writing. Mostra tutti i post

20 ottobre 2015

Ending on a high note

C'era una volta, nel lontano 1985, una bambina di sette anni curiosa come una bertuccia, che amava rubare le audiocassette a sua sorella maggiore e ascoltare le peggio hits dei fantastici 80es a tutto volume nella sua cameretta. Sì, modestamente: avevo già i miei gusti.

Mi piacevano i Matia Bazar senza che sapessi che erano i Matia Bazar, adoravo Cyndi Lauper e Madonna, e muovevo le chiappe sulle note di "Billy Jean" senza capire che si era fatta ingravidare da uno che non era il povero Michael Jackson.

Una sera, in apparenza normale quanto le precedenti, accadde però qualcosa che catturò improvvisamente la mia attenzione e riprogrammò il mio cervello da cima a fondo.


Top Of The Pops stava trasmettendo la cosa più bella che avessi mai visto fino a quel momento: un videoclip. Che all'epoca erano pochi e pure tristi, ma quello... quello era proprio diverso. Quello era a cartoni animati! Cavolo, vuoi che una settenne col senso del ritmo non si prenda bene a guardare un cartone animato con la musica? E non solo: la protagonista, una biondina dolcina carina (Bunty Bailey: una col curriculum amanti lungo quindici pagine, ma io avevo sette anni e mi sembrava carina dolcina) entrava per mano a un ragazzetto-fumetto bellizzimo in un mondo tuuutto a cartoni animati. Tuuutto. Poi arrivavano i cattivi, il ragazzetto-fumetto faceva tornare la biondina dolcina nel mondo reale, e lei però recuperava le vignette, se le portava a casa, e lui le compariva sudato e muscoluto - ma soprattutto VERO - in camera da letto. Ah, beata innocenza! Io pensavo solo ai disegni! In quel momento mio padre entrò, e io, indicando il ragazzetto, dissi "Papà, io da grande voglio sposare quello lì". Intendevo però la sua versione a fumetti. Mio padre vide il tipo sudato e muscoluto e svenne.





Chiariamo: per i paesi nordici ho sempre avuto una predilezione fortissima e inspiegabile. In più, il mio nome è nordico e deriva dal norvegese Eirikr (= uomo possente... vabbè, facciamo "donna forte"?). A diciott'anni mi sono iscritta all'università e ho scelto Lingue Scandinave. Parlicchio lo svedese (una volta decisamente meglio di oggi, mi sono dimenticata un sacco di vocaboli). E giuro (LO GIURO) tutte queste cose non dipendono da quell'evento lì, però ancora oggi che ho 37 anni suonati, gli A-ha hanno nel mio cuore un posto riservato. Mi hanno accompagnata nel momento di smarrimento più profondo della mia vita: quello di tredicenne sfigatissima, che non riusciva a farsi rispettare dai compagni e veniva bullata cotidie: altro che "donna forte", parevo una bestiolina spaventata. E allora ogni giorno, dopo la scuola, tornavo a casa, chiudevo la porta e correvo in camera mia; accendevo il mangianastri (un reperto del paleolitico) e ascoltavo Hunting High and Low in camera, con gli occhi chiusi, sognando una vita parallela dove ero bella, desiderata, dove nessuno mi prendeva in giro per come abbinavo i colori (anche se, lo ammetto: mi vestivo da Power Ranger) e dove il mio principe azzurro aveva gli occhi da Husky di Morten Harket. Ero cotta e stracotta, e ricordo con affetto quel periodo. Mi diede la spinta per cominciare a scrivere: la realtà così com'era non mi piaceva, e avrei tanto voluto essere la biondina dolcina trascinata nel mondo dei fumetti dal mio amato; così, decisi che - se la realtà non era come la volevo - potevo dar vita a un mondo scritto, che fosse esattamente come lo volevo. Morten divenne il volto che, svuotato della sua realtà, incarnò il mio ideale di compagno: riempii quelle fattezze di dolcezza, di cavalleria, di pacatezza, di modi gentili, di comprensione. Il mio principe azzurro era una bella persona soprattutto dentro, ed ero stata io a dargli vita con carta e penna.

Oggi ci ripenso, e mi faccio tenerezza. Tornerei indietro solo per sentirmi ancora piena della speranza di incontrare davvero una persona così perfetta. Mi abbraccerei forte e mi darei qualche dritta per evitare, come è invece poi accaduto, di perdere tutta quella fervida fantasia. Forse non mi racconterei che il principe azzurro non esiste e che se esiste è comunque gay, soprattutto se somiglia a Morten Harket; però, ecco, due consigli.

Ascolto "Cast in Steel", nel silenzio di casa: e penso che forse qualcosa di magico questi tre lo hanno davvero, se ancora oggi mi fanno stare così bene. Senza trucchi, senza bacchetta magica: sono bastati per 30 anni un pianoforte, una chitarra e una voce.

Happy birthday fellows, leave a note for me when you're gone.










3 luglio 2014

Che ci importa del mondo



Scrivo a caldo, con ancora la pelle d'oca, perché non mi capita spesso di leggere ed entrare così a fondo nei pensieri e nei sentimenti di un personaggio e non voglio perdere l'occasione di cavalcare questa tiepida onda che mi ha fatto stare bene per tre giorni, giusto il tempo di finire le 500 pagine che aveva da raccontare.

Di Selvaggia Lucarelli s'è detto tanto, s'è detto soprattutto male. Perché è intelligente, ironica al punto giusto, intellettualmente onesta e bella. Una cosa inaccettabile, per una Italietta perbenista e maschilista come è il nostro Paese.

A me di solito non interessa sapere chi ha scritto un libro, se la storia mi travolge e mi piace: potrebbe essere il frutto dei ricordi di Jack lo Squartatore, ma se mi prende davvero sono disposta a dargli l'assoluzione completa purché non smetta di scrivere. In questo caso, però, Selvaggia donna trasuda da ogni pagina che racconta Viola: impossibile immaginarla con altre fattezze, come è impossibile non amarla dalla prima riga. 

Se anche la storia è totalmente di fantasia, non lo sono i caratteri, disegnati a tutto tondo, che sgomitano per acquisire vita propria. Come non riconoscere in Orlando un po' del piccolo Leòn, che vuole i capelli lunghi come Thor, ama tanto Godzilla e - Selvaggia stessa lo afferma in alcune inteviste - è un po' quacchero: un bimbo che non ha problemi a darsi regole da solo, tanto che la fatica della madre sta più nel cercare di abolire quelle di troppo, che dettarne di nuove.

Di Selvaggia Lucarelli, emerge attraverso le pagine la "poetica esistenziale": ciò che pensa dell'educazione del figlio, della tv, del suo talento e del suo, a volte ingombrante, essere una bella donna in una società in cui "bella che parla in tv = zoccola" nella maggior parte dei casi.

Mi colpisce che abbia scelto le sue tre più care amiche, l'ormai eroico "Gruppo Testuggine", per dare voce alle amiche di Viola, perché è una cosa che farei anch'io; mi piacerebbe regalare a Grazia, Arianna e Annalisa (il mio "Gruppo Testuggine") una vita nuova e inventata, fatta però della loro più profonda essenza, compresi difetti e pregi, aspirazioni e rassegnazioni, che fanno però di loro quello che per me è solo un altro modo per dire "famiglia".

C'è qualcosa nelle parole di Selvaggia, che mi ricorda il mio mondo privato. Non sono una scrittrice, né una persona famosa; il mio lavoro lo amo, ma non potrei gioirne davvero senza avere accanto le persone a cui voglio più bene, anche solo per sfogarmi quando qualcosa non va, anche solo per ridere insieme di quel che ci accade e delle coincidenze; tante volte sono passata accanto a pasticcerie "DiViole", e anche io ci ho visto un qualche recondito messaggio dell'Universo, e sorrido del fatto che tra le pagine di "Che c'importa del mondo" riconosco anche un po' di me in quanto donna, in quanto amica, in quanto disastro sentimentale e, se non madre, in quanto zia di un bellissimo nuovo nipotino che - per coincidenza - so già che amerà Godzilla perché la mamma è una che lo ha amato di brutto prima di lui.

Selvaggia Lucarelli mi è sempre piaciuta, e mi piace sempre di più. Non il personaggio: la donna.

Comprate il libro, leggetelo e godetevelo. Io l'ho fatto dalla prima all'ultima pagina.

p.s. La D'Urso, che faccetta delle sue avrà fatto quando s'è trovata davanti al personaggio di Giusy Speranza? Sono validi meme come risposta, o in alternativa anche dei "bruuuutta brutta brutta brutta!".

28 dicembre 2012

Interludio

René Magritte - The False Mirror

Di fonti che dissetano in poesia,
restano tristi e solitari atomi 
ancora posso anelare
a quella nuvola troppo alta
che non riesco più a vedere
perché ciò che non approda al cuore
per colpa d'un impaccio
è interdetto alla pupilla
resta sospeso
in costante attesa
di tornar sembianza.


©Erika Muscarella - Wordshelter


26 dicembre 2012

Ed essa ancora Langue, senza Parole.

(questa arriva a pochi)

21 ottobre 2012

Galaxy Express

Sono in fibrillazione: è da maggio che Paolo Fox mi annuncia grandi novità nella mia vita, e stranamente ci sta prendendo.

Mi è capitata l'occasione di uno stage in una grande agenzia pubblicitaria che conosco, seguo e stimo; ho quasi 35 anni, e uno stage non è esattamente quel che vado cercando, ma questo per me è il treno sul quale non salii a 18 anni, quando volevo iscrivermi all'Accademia di Comunicazione di Milano ma non avevo abbastanza denaro (costava, all'epoca, circa 10.000.000 l'anno. Una fucilata), per cui prima provai ad andare a Siena e a Torino per "saggiare" due delle tre città che ospitavano la nuova facoltà di Scienze della Comunicazione (la terza era Bologna, ma a numero chiuso e i test d'ingresso erano già finiti quando mi sono decisa), poi scelsi di cambiare indirizzo. Ero così abituata a studiare - pranzare - studiare - cenare - studiare, che quest'impresa - che necessitava del coraggio e dell'improvvisazione che avrei acquisito più tardi - mi sembrava titanica rispetto alle mie possibilità e alla mia timidezza.

Così ripiegai su Lingue e Letterature Straniere. E all'università di Genova, Lingue è più Letterature. Anzi, direi che è solo Letterature. Il che mi poteva andare bene a livello culturale, ma non è quello che mi aspettavo.

Così, piano piano, l'interesse è svanito, e la malinconia verso il mondo dell'advertising, del copywriting, del giornalismo (questo in primis; ma si è esteso a tutto ciò che riguarda la stesura di testi) mi coglieva come la depressione di non avere mai combinato un accidente a furia di sbagliare bersaglio: con regolarità quasi intestinale.

Avevo perso il mio treno: pensavo che non sarebbe mai più passato da queste parti.

E invece ultimamente, eccolo di nuovo.
Ho molta, moltissima paura di perderlo nuovamente: sino a quando non ci sarò saltata sopra, credo che non dormirò molto; ma se quest'ansia è il prezzo da pagare per entrarci, insieme all'impegno, al lavoro duro, al sudore, tutto il resto non importa: non bisogna smettere mai di credere in un sogno, perché potrebbe sempre presentarsi l'occasione (anche una sola, anche lontana, ma un'OCCASIONE) di avverarlo, anche dopo tanto tempo.

Incrocio le dita e inspiro, espiro, inspiro.

1 febbraio 2012

Spleen-der

La parola blog mi ha sempre ricordato (abbastanza stupidamente) il titolo di un film, "Blob", sottotitolo "il fluido che uccide", dove una massa gelatinosa aliena inglobava tutto ciò che incontrava, cose, animali e persone comprese. Si capisce com'è che Enrico Ghezzi abbia deciso di intitolare la sua trasmissione nello stesso modo. Però - tutto sommato - questa idea di cosone gelatinoso enorme che ingoia tutto quel che gli capita a tiro ci sta bene anche per il blog: in fondo, è iniziato tutto tra pochi eletti, per curiosità, per gioco, a volte per necessità di trovare un posto in cui potersi sfogare in forma anonima e ricevere qualche consiglio disinteressato, qualche pacca sulla spalla, seppure virtuale. Ora i blogger non si contano.
Così cominciai anche io a scrivere su un blog, e scelsi un titolo cupo, uno sfondo nero, pensieri scuri scuri come la notte, e un sacco pieno di paranoie e di rancore, e di rimorsi e incoerenze. E parole forse poco incisive, uno stile diverso, molto diverso da quello che ho acquisito con il tempo, scrivendo fino a consumarmi i polpastrelli. E piano piano questo luogo segreto, che qualche volta veniva trovato e spesso proprio dalle persone a cui volevo nasconderlo, diventava sempre più intimo, sempre più denso, una seconda casa necessaria, uno scampolo di normalità in un periodo che di normale non aveva nulla, neppure il dolore. Ho riempito quelle pagine elettroniche di nero per liberarmene e lasciarlo uscire, perché tenerselo dentro pesava davvero troppo. Fino al momento in cui, parola dopo parola, lettera dopo lettera, il mio cielo notturno si è schiarito, e ho visto un'alba che mi ha restituito un po' della vita e della speranza che temevo di non sentire mai più come un tempo, quando le cose erano semplici e ogni giorno nuovo qualcosa che mi spettava di diritto.
Solo allora, rinnovata e maturata, ho abbandonato quel luogo scuro, e sono arrivata qui, lasciando di tutto quel nero solo l'inchiostro, perché si incidesse vivo sulla pagina, finalmente, bianca.

Era il febbraio del 2004, quando ho scritto la prima parola su Splinder.

Mi piace pensare che anche tutti coloro che mi hanno accompagnata in quel viaggio, su quella piattaforma che oggi muore, abbiano avuto ognuno la propria alba da ammirare.

1 agosto 2011

Pagine dell'anima

«Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto; tanto elastico da contenere qualsiasi cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sé, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da riflettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un'opera d'arte.»

Virginia Woolf

1 febbraio 2011

Nuove dimore

Da oggi potete trovare i miei deliri anche qui: http://www.wordshelter.it/ 
Mai scritto tanto in vita mia, senza avere uomini per le balle a scatafasciarmi le gonadi.

A morte gli angioletti!
Viva gli esseri umani. Anche imperfetti.

3 dicembre 2010

La Corrida dei professionisti

Il dilettantismo è come il colesterolo: c'è quello buono e quello cattivo.

Quello cattivo, va da sé, è quello da combattere e si identifica nel soggetto che "non cresce". Quando iniziamo un iter professionale, che sia sportivo, artistico o giornalistico, siamo tutti dilettanti. Perché fino a quel passo, il primo che facciamo in una direzione più definita, siamo persone che nel fare quella cosa si "dilettano". Traggono piacere nel farla. Il trarre piacere nel fare qualcosa è la base di tutto: perché riesca bene, è necessario che ci sia entusiasmo e partecipazione emotiva.
Però non si può credere che basti fermarsi lì. Il dilettante che rimane dilettante dopo molte prove non è solo grottesco, ma anche nocivo: mette in circolo una voce non autorevole e "mangia" spazio a chi invece se ne intende.

Il dilettantismo buono, invece, è solo una fase.
È il passo che si compie nella direzione del professionismo, e dura mediamente poco. Perché il dilettante che vuole crescere fa tesoro delle piccole occasioni che gli capitano, e migliora la sua tecnica. Lo sportivo si mette in gioco nell'agonismo (e si prende in silenzio la sua bella dose di sconfitte), il ballerino fa provini nei teatri seri, l'aspirante giornalista scrive sempre meglio, sempre meno (perché la sintesi NON è accessoria), ma in modo sempre più completo e fa tesoro dei contatti racimolati per crearsi una rete stabile.

La sottoscritta scrive questo post perché il dilettantismo cattivo le ha DEFINITIVAMENTE rotto le balle.
La sottoscritta è stanca di doversi presentare come "articolista" perché scrive dal 2003 ma non è mai stata pagata per il suo lavoro e quindi non può fare domanda all' Odg per entrare nell'albo.
La sottoscritta dichiara guerra a qualsiasi forma di dilettantismo cattivo per cui gente che non possiede la dignità professionale di gareggiare, danzare, scrivere o quant'altro, si propone e ottiene per conoscenza e non per merito posti di lavoro-occasioni-riconoscimenti di qualsiasi genere.

Mi piace scherzare, molto: sono sempre stata un'animatrice, nel mio piccolo. Ma solo in questo sono rimasta una cattiva dilettante: chi pensa che io scherzi quando scrivo, si sbaglia di grosso.

8 giugno 2010

365 racconti erotici per un anno... in libreria dal 10 Giugno!

L'antologia "365 racconti erotici per un anno", edita da Delos Books che contiene il mio racconto (al 30 Luglio di questo inusuale calendario erotico) è finalmente disponibile al sito www.delosstore.it 

Sarà inoltre disponibile nelle maggiori librerie italiane a partire da Giovedì 10 Giugno 2010. Richiedetelo al vostro libraio!

Quest' estate si preannuncia mooooooolto calda...

2 aprile 2010

Il senso della notizia

Mio malgrado debbo adattarmi a quella che è la professione del giornalista di oggi, ma trovo molto più affascinante chi ha imparato dalla strada, chi ha visto con i propri occhi dove si nasconde la notizia. Al giorno d'oggi, un giornalista, se vuole, può scriverselo da solo il giornale. Parlo a puro livello teorico, perché a nessun professionista verrebbe mai in mente una cosa del genere, però è possibile. Ci può anche mettere diciotto ore, ma ce la fa. Perché la notizia, ormai, non sei più tu a cercarla, è lei che trova te; te la mandano direttamente in casella di posta elettronica, e tu, comodamente e pigramente seduto sulla tua sedia, spulci, selezioni, verifichi al telefono. Nulla di quello che hanno fatto i "grandi", nel passato, che ricevevano una soffiata e partivano, magnetofono o taccuino, e magari non c'era nulla da scrivere, o al contrario c'era lo scoop ad attenderli. Si andava negli ospedali, al pronto soccorso, dai carabinieri, alla polizia: oggi si sta a casa, e al massimo si legge la newsletter. Senza avventura, senza rischio, e a mio parere senza pepe.
Ho ricevuto la telefonata di un giornalista, poco fa, che è nato "sulla strada" e che è cresciuto con il senso della notizia, in parte innato, in parte acquisito con l'esperienza. Ha imparato così tanto guardando con i suoi occhi e ascoltando con le sue orecchie, che col tempo è diventato vicedirettore di un importante giornale nazionale. È nato nella mia città, qualche volta torna, ora che è in pensione. Anche lui sospira ricordando quello che è stato, riconoscendo nel mio entusiasmo quell'antica passione che lo mosse ragazzino, e che lo ha portato, con il talento, a insegnare ad altri che "comunicazione" non è solo una voce lessicale, ma una missione, un dèmone, che va nutrito e addomesticato. A volte ripaga, a volte no, come la vita: bisogna scegliere se viverla o lasciarsi vivere.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...