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10 novembre 2014

I'm Blu, dabadì dabadà

Quando facevo ancora vita da universitaria, guadagnavo i soldini per la sopravvivenza sociale facendo la promoter. C'era la Lira, per cui la giornata veniva pagata ancora molto bene. A volte arrivavo a guadagnare anche 90.000 lire al giorno, il che voleva dire che con dieci giorni di lavoro riuscivo a intascarmi onestamente 900.000 lire. Non male.

Un passato massonico? No, il ciondolo con il logo della Blu.


Quando ci ripenso mi rendo conto che si tratta dell'era mesozoica. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ma negli anni ho conservato anche preziosi insegnamenti dovuti soprattutto al contatto diretto con il pubblico.

Iniziai con le telecamere, al Trony di Piazza della Vittoria, dove mi presi una leggerissima scuffia per un francese che lavorava lì. Mi ricordava molto il mio ex di Prato, quello che mi mollò perché era innamorato del suo migliore amico, ma che devo farci: sono sempre stata un po' recidiva. Un giorno vi racconterò del mio ormai assodato imprinting per l'orecchino a cerchio sui maschi. Prima, però, mi conviene tranquillizzare le fidanzate dei miei amici, credo.

Ad ogni modo questo qui era eterosessualissimo, ma non mi considerava. Così, quando mi spostarono alla telefonia non ci pensai più, e mi concentrai sul lavoro, che doveva consistere nel promuovere i prodotti della Blu: sim card e abbonamenti, quando ancora il cellulare più figo era lo Startack di Tim e la cantante più gettonata Cher (Do you believe in life after love? Io sì, infatti sono ancora viva).

Le cose che rendevano, però, il mio lavoro al Trony una meravigliosa avventura nell'ignoto erano le mie compagne di viaggio, ossia le commesse che mi affiancavano, Ilaria e Francesca (ciao Pisu!), e la loro variopinta clientela.

E quando dico variopinta, intendo proprio variopinta, roba che fino a quel momento sei abituato a frequentare gente che più o meno si esprime come te, fa cose relativamente normali e - a parte certe sporadiche eccezioni (del tipo "ma questo specchio non riflette!" "nemmeno tu: non è uno specchio") non dice cose assurde.

Avrei dovuto fare come Chicco Paglionico, l'uomo Ikea: appuntare ogni sacrosanta stronzata sul libretto nero; ma ero inesperta, e me ne dimenticai.

Peccato! Altrimenti avrei potuto raccontarvi di quella volta in cui entrò una signora, chiedendomi di dare un'occhiata al suo 3310 nuovo di pacca (un minuto di raccoglimento: il miglior cellulare nella storia della tecnologia nordica):

- mi dica signora, in che cosa posso servirla?
- non riesco a inserire il blocco tasti, sono disperata.
- ha provato a premere veloce il tasto centrale e l'asterisco?
- sì ma non riesco.
- ok, me lo faccia vedere, magari capisco dov'è il problema.

Mi passa il cellulare. Lo accendo, inserisco il blocco tasti. Va da dio.

- Signora guardi che a me non ha dato problemi, provi lei.

Glielo passo. Disinserisce, inserisce.

- Ma sì, quando è acceso ci riesco. È quando è spento che non ne vuole sapere!

Oppure vi avrei parlato di quel simpatico trentenne che si arrabbiò molto perché non avevamo il cavo che voleva.

- Buongiorno, senta: mi serve un cavo Plumplum.
- Prego? Credo di non avere capito bene.
- Ma sì [scocciato], su, il cavo Plumplum! Quello che lo inserisco nel pc e mi funziona la periferica subito!
- [dopo un attimo di esitazione] intende dire un cavo PLUG & PLAY?

Oppure ancora, vi avrei raccontato del mio Mito Assoluto. Un uomo che non dimenticherò mai per l'ingegno e la creatività. Colui che rimarrà per sempre negli annali della mia memoria.

Entrò zoppicando insieme alla sua compagna, anziana quanto lui, e chiese a Francesca un TACS. Per chi non se lo ricordasse, o fosse troppo giovane per farlo, i TACS non avevano la scheda. Erano il prototipo di telefono precendente al GSM, con numerazioni più brevi e pesanti come un macigno. Il classico telefono che un anziano poteva armeggiare abbastanza bene, visto che non aveva nessun tipo di feature.
Lo lasciai alla mia collega e mi occupai praticamente subito di un altro cliente che aveva appena messo piede in negozio. Piazzai una prima vendita; poi una seconda, una terza, una quarta e una quinta. E il vecchietto era sempre lì. Era passato dal farsi illustrare il facile funzionamento del TACS a chiedere sempre più informazioni sugli altri modelli più recenti. Dalla faccia, Francesca mi sembrava abbastanza provata, anche perché non si capiva se costui avesse voglia o meno di comprare davvero. Il mio sesto cliente, mentre provava un nokia 5510, fece inavvertitamente scattare l'allarme connesso al modello di prova esposto sul bancone.

Tempo qualche manciata di secondi, arrivò Francesca quasi in lacrime, e mi si buttò letteralmente sulla spalla.

- Ehi, che succede? Tutto a posto?
- Erika [ridendo e piangendo allo stesso tempo], non ce la posso fare: quel vecchietto mi ha chiesto di fargli vedere TUTTI i modelli esposti. Ma il bello è che ha sentito l'allarme.
- E allora?
- E allora mi ha detto, tutto felice: "ecco! Ho deciso: acquisto quel modello che ha in mano la sua collega, così quando me lo rubano mi parte l'allarme a casa!


Mi mancano un po' quei momenti, anche se debbo dire che alcune volte in segreteria ne capitano davvero di belle. Soprattutto perché ho davanti un bancone da reception. E quando qualcuno mi chiede "scusi, questo è il bar?" mi sento ancora una promoter Blu.
In faccia, quantomeno.

25 gennaio 2014

E poi basta

Siamo tutti un po' così: quando non abbiamo tempo per fare nulla, vorremmo tanto poterci fermare e respirare un po' anche per noi tutta l'aria che c'è e che gli altri ci tolgono, e che a loro volta viene tolta da altri a loro.

Poi succede che stai male, stavolta parecchio, e ti devi fermare per forza, anche se hai un sacco di cose comunque prima o poi da finire, da pensare, da finalizzare. E allora capisci quanto ti manca muoverti. Quel movimento che non è solo alzarsi, fare colazione, lavarsi, vestirsi, andare a lavorare: sei tu. Sei tu quella che guardi allo specchio oggi e sei così anche per tutta quella serie di gesti quotidiani che compi ogni giorno, ripetitivi, sì, magari a volte pesanti, sì, ma che - ogni giorno -scrivono su di te cose sempre nuove.



Questo per dire che mi sono rotta profondamente le gonadi di starmene a casa con la tosse, la sinusite e la bronchite, e che lunedì torno al lavoro, mai stata più felice di riprendere la solita, menosa, stressante e irrinunciabile - ma MIA - vita.

29 dicembre 2013

Felice kaputt anno

Kaputt: finito, distrutto, morto.

Questo 2013 ha deciso di rompere le uova nel paniere fino all'ultimo, punendo la mia ùbris: mai dire "mf, non ho voglia di festeggiare quest'anno", perché poi l'anno vecchio ti ascolta e ti manda la maledizione della superinfluenza con triplo carpiato e bronchite, ovviamente a ridosso del Capodanno.

Quindi, anche se la voglia di fare festa poi torna, alla fine tocca restare sotto le coperte a farcirsi di Ciproxin, aspirina granulare, acetilcisteina e brodini/tisanette che sanno tutte di acqua calda (vedi alla voce complicazioni: raffreddore).

L'unica cosa che mi dà un po' di gioia è che - per consolarmi - ho ordinato il Kindle (no, niente paperwhite, costa troppo per le mie tasche: mi accontento del modello base per niubbi), che arriverà entro la giornata di domani. Almeno potrò scaricare qualche manuale su come festeggiare il Capodanno, anche quando non è Capodanno. Che poi, è sempre stata la cosa che preferisco fare da quando ho smesso di avere solo il Capodanno come opzione per poter passare la notte fuori casa.

A Voialtri che non siete stati toccati dall'Ombra dello Scorpione (mi perdoni King, ma vedesse in che stato sono...), Buon Anno Nuovo, vado a fare i fumenti con l'eucaliptolo.


14 aprile 2013

Lezioni di piano B

http://bit.ly/ZumVzC

Ho la finestra spalancata.
Al diavolo l'otite, al diavolo la libera produzione di catarro: è primavera e mi godo l'arietta e la luce.
Il buio, dove in  passato mi rintanavo per non affrontare le cose, mi è venuto a noia. Faccio un lavoro che mi vede entrare in luoghi chiusi alle 9 del mattino e uscirne alle 21.00 (quando non sono le 22.30): basta buio, voglio vivere mitragliata dai fotoni!

Da brava tartaruga, ho messo fuori la testa.
Ho compreso che per scuotere quest'apatica accettazione di quotidiana mediocrità devo avere un piano.

Senza un piano, obiettivi, target da raggiungere, non siamo che formiche che hanno perso la strada.
Quindi donne, uomini: fatevi un piano.

Con "piano" non intendo una lista di obiettivi generici o vaghi, tipo "vincere la lotteria", "acquisire più fiducia in me stesso/a". Fatevi un piano che comprenda pragma e azione.

Il mio piano è cominciato oggi, con la piccola riconquista del mio corpo. Ho guardato lo specchio, ho visto una persona trascurata. Che non si ama. E non mi è piaciuto. Ho pensato "al diavolo: me lo devo". E ho passato una mattinata dedicata soltanto a me stessa. In viso ho un'altra luce, quella che doveva avere San Paolo sulla via di Damasco, dopo aver ricevuto l'illuminazione (non a caso).

Il prossimo obiettivo è perdere i chili di troppo. E il target me lo fisso settimanale, in modo da averlo sotto controllo. Ché ci vuole un attimo, a dire "non ho niente di gratificante nella mia giornata, fuorché te, amato mooncake pandistelle". L'abbruttimento è sempre dietro l'angolo, specie quando non si ha tempo né salute. E io sono sempre di corsa, e sempre un po' acciaccata; l'abbruttimento no, però, è l'ultima fase del declino. L'abbandono della nave da parte del capitano.

Non abbruttiamoci, e seguiamo un piano; e se quello A proprio non ci riesce di rispettarlo, facciamo un piano B.

12 gennaio 2013

Segui la stella, fino al mattino

Tempo fa, su queste pagine elettroniche, scrissi che se un progetto continuava a non andare in porto nonostante l'impegno impiegato, forse era perché doveva essere abbandonato. Se non è destino, lo capisci subito: per quanto tu sia bravo, per quanto tu faccia in modo di dimostrarlo, qualcosa ostacola sempre la tua mèta. Anche quando dai il massimo, anche quando sembra facile.

A me è successo con il tesserino da pubblicista.
Ho iniziato a scrivere per me, perché amo farlo, come dice una delle mie "nuove" colleghe nell'agenzia in cui sto facendo lo stage, sono una "grafomane". È vero, mi ha inquadrata bene. Scrivo sempre. Ogni giorno, un po' perché sono logorroica, un po' perché mi è richiesto per lavoro, un po' perché mi sfoga.
Ho scritto tanto senza scopo di lucro, e continuo a farlo soprattutto così: una passione non ha prezzo, fa parte di te e del tuo modo di essere e condividere. Io esisto quando scrivo e suono il pianoforte. Per rappresentarmi, bastano una nota e una penna (e un pc, direbbero in tanti, ma lo assimilo alla penna).
Comunque, questo tesserino non ce l'ho, nonostante siano passati tanti anni. E non perché non abbia provato a collaborare al fine di ottenerlo, ma per svariati motivi, tra cui "non abbiamo i soldi per pagarti", "abbiamo soldi per pagarti ma non abbastanza per farti diventare giornalista", "possiamo farti il tesserino - sì sì te lo facciamo - cavolo non possiamo fartelo perché l'ordine vuole abolire la categoria e ha bloccato le domande di accesso". Questo, quantomeno, è quanto mi viene detto.
Ho chiesto "scusate, in confidenza: se non sono tagliata ditemelo, altrimenti non posso indovinarlo da me e perdo tempo", e mi è stato risposto "assolutamente, continua, sei brava", "è il tuo lavoro" e "no no, vedrai che poi un modo lo troviamo". Insomma, pare sia solo un problema di burocrazia e di fondi.

Però in cuor mio lo sapevo, che c'era qualcosa che non doveva traghettarmi lì.
In cuor mio, sapevo di dover continuare a coltivare la mia passione, ma che mi sarebbe servita ad altro.

In quest'ultimo mese ho capito molto più di quanto non abbia mai fatto in tutta la mia vita, e ho deciso di rischiare: di rimanere con un pugno di mosche in mano, di buttare altro tempo.

Ma - in cuor mio - so bene che questa volta è giusta la strada che devo percorrere, perché tutto fila liscio, come dovrebbe, e mi ha ridato l'entusiasmo e l'emozione che credevo di avere perduto.



3 novembre 2012

Non c'è nessuna trama

Beate loro: pare abbiano capito tutto.
Spesso, quando con le amiche ci si racconta le ultime novità, penso che noi ragazze siamo per natura portate a creare trame. Che non sono "seghe mentali", quelle meritano un capitolo a parte. Intendo proprio sceneggiature intere, plot  come quelle di Librogame, i libri con la scelta multipla che andavano di moda una volta, per cui se uno dei personaggi fa pensare di essere in una certa maniera, avrà solo un modo A o B di agire o scegliere. E invece - eppure dovremmo averlo imparato eh, - c'è anche il modo C, D, E, F, e pure XYZ (e qui ci andrebbe un "magari" che capirebbero però solo pochi colti mangaka). Il che, il più delle volte, ci destabilizza. Cioè: non capiamo. Non capire è peggio che rimanere delusi, perché ti flippa in un limbo per cui non sai più che mossa fare, come in una partita a scacchi in cui ti sei perso lo schema dell'avversario. Alla fine, dopo tante parole, e tanti "se" e altrettanti "eppure", credo che la soluzione per uscire da questo labirinto mentale sia accettare che non ci sia alcuna trama, alcun "perché", alcuna direzione. L'essere umano a volte si comporta come capita. Come gli viene. Non sempre ci sono motivazioni e, purtroppo, per alcuni si vede. Non è detto che se una persona va dal punto A al punto B sia per raggiungere chi è fermo al punto B o per allontanarsi dal punto A.

Magari, gli andava solo di fare una passeggiata.
Oppure gli scappava la pipì.


21 ottobre 2012

Galaxy Express

Sono in fibrillazione: è da maggio che Paolo Fox mi annuncia grandi novità nella mia vita, e stranamente ci sta prendendo.

Mi è capitata l'occasione di uno stage in una grande agenzia pubblicitaria che conosco, seguo e stimo; ho quasi 35 anni, e uno stage non è esattamente quel che vado cercando, ma questo per me è il treno sul quale non salii a 18 anni, quando volevo iscrivermi all'Accademia di Comunicazione di Milano ma non avevo abbastanza denaro (costava, all'epoca, circa 10.000.000 l'anno. Una fucilata), per cui prima provai ad andare a Siena e a Torino per "saggiare" due delle tre città che ospitavano la nuova facoltà di Scienze della Comunicazione (la terza era Bologna, ma a numero chiuso e i test d'ingresso erano già finiti quando mi sono decisa), poi scelsi di cambiare indirizzo. Ero così abituata a studiare - pranzare - studiare - cenare - studiare, che quest'impresa - che necessitava del coraggio e dell'improvvisazione che avrei acquisito più tardi - mi sembrava titanica rispetto alle mie possibilità e alla mia timidezza.

Così ripiegai su Lingue e Letterature Straniere. E all'università di Genova, Lingue è più Letterature. Anzi, direi che è solo Letterature. Il che mi poteva andare bene a livello culturale, ma non è quello che mi aspettavo.

Così, piano piano, l'interesse è svanito, e la malinconia verso il mondo dell'advertising, del copywriting, del giornalismo (questo in primis; ma si è esteso a tutto ciò che riguarda la stesura di testi) mi coglieva come la depressione di non avere mai combinato un accidente a furia di sbagliare bersaglio: con regolarità quasi intestinale.

Avevo perso il mio treno: pensavo che non sarebbe mai più passato da queste parti.

E invece ultimamente, eccolo di nuovo.
Ho molta, moltissima paura di perderlo nuovamente: sino a quando non ci sarò saltata sopra, credo che non dormirò molto; ma se quest'ansia è il prezzo da pagare per entrarci, insieme all'impegno, al lavoro duro, al sudore, tutto il resto non importa: non bisogna smettere mai di credere in un sogno, perché potrebbe sempre presentarsi l'occasione (anche una sola, anche lontana, ma un'OCCASIONE) di avverarlo, anche dopo tanto tempo.

Incrocio le dita e inspiro, espiro, inspiro.

17 luglio 2012

Rompere la clessidra

Oggi mi è capitato di vedere una trasmissione che dire patetica è davvero poco. Una roba inguardabile (ma trashissima, per questo non ho cambiato canale), con la Stefanenko e un tizio pelato che cercavano di far tornare la voglia di vivere a una bella donna di cinquant'anni che il marito - grandissimo figlio di troia - ha mollato dopo vent'anni di matrimonio e una figlia, di punto in bianco, senza dare spiegazioni, per una che ha giusto vent'anni meno di lui e che ha conosciuto su internet.

Ora: non so se vi è chiaro il profilo di suddetto maschio.
Non è che ce ne siano tanti così idioti al mondo per fortuna, però qualcuno c'è, è evidente.
Poi 'sta signora, tale Nadia, da giovane dev'essere stata una figa pazzesca, perché a 50 anni è ancora molto bella. È svilente sentire dire a una donna così "mi sento vecchia e brutta", quando è chiaro a chiunque che è una frase non oggettiva, anche se il dolore dell'abbandono gliela fa indossare come un vestito.

Capita che l'amore finisca, capita che non riesca proprio a iniziare.
E capita anche che si passino quei momenti talmente "no" che ti facciano pensare "io così non ce la faccio", e che la vita sembri un incubo dove niente funziona come desidereresti, nemmeno il lavoro, che è sempre quella cosa che, quando c'è e funziona, ti salva quantomeno un terzo della giornata.

Però siamo fatti così: spietati tra di noi, ciascuno a perseguire il proprio egocentrismo, nel pretendere di essere amati e nell'ignorare chi non amiamo abbastanza. Non pensate che l'egoista sia sempre solo chi rifiuta. È per egoismo che ci intestardiamo nell'avere qualcuno: ci fa stare bene, per questo lo vogliamo.

Ho desiderato sparire, evaporare due volte nella mia vita, e per due uomini diversi. Entrambi non facevano per me. Eppure volevo sprofondare, dissolvermi, smettere di pensare e smettere di guardarmi allo specchio.
E invece guardarsi allo specchio è l'unica cosa da fare. Guardati allo specchio e dì a te stessa/o che sei bella/o, sei affascinante,  sei intrigante, a letto sei una bomba e sei anche in grado di dare tantissimo in termini affettivi, e di certo prima o poi qualcuno come te lo trovi. Magari non ora, magari ci vuole tempo, nel frattempo divertiti, cristo, vuoi dire che almeno una/o che ti faccia un po' sangue non la/o trovi?

Una donna che per privacy non chiamo per nome una volta mi ha detto: "quando mio marito mi ha lasciata e mia figlia è cresciuta, andavo a dormire e pensavo solo a come diavolo avrebbero fatto a fare uscire la mia bara da una porta così piccola, da un corridoio così stretto. E a cinquant'anni mi sono risposata, l'ultima cosa a cui mi va di pensare oggi è la mia bara!".

Cazzo, sì. È così che va. Non sapere quando fa sbarellare, lo so, ma è così che va, a meno che non ci si chiuda in casa come delle vittime sacrificali di un rituale andato male.

Che poi, basta cambiare incantesimo: anziché preparare un filtro per fare innamorare, bere un filtro per innamorarsi di sé stessi. E rompere la clessidra, per non contare i granelli di sabbia.

28 marzo 2012

It's human nature

Il punto è che non credo più.

Prima di tutto a me stessa.
Poi a tutti gli altri.
Non credo nemmeno a tutti quei discorsi del tipo "ti sottovaluti" detti da alcuni, e nemmeno a quelli del tipo "ti sopravvaluti" pensati e detti da altri. Like a quelli che lo dicono, fanculo a quelli che lo pensano, non lo dicono e te lo fanno capire in modo sottile e ambiguo.
Non credo ai "ti voglio bene" sparati a caso, non credo agli "sto male" e non credo nemmeno agli "sto bene".
Mentiamo tutti inesorabilmente, l'uno con l'altro, per cercare di non crearci il vuoto intorno.
E riusciamo, in compenso, a crearcelo dentro.

Non c'è soluzione, siamo una razza di ottusi.

5 gennaio 2012

Genii monomarca

Quando al mondo conterà più la versatilità che l'eccezionalità, forse io avrò la chance di combinare qualcosa.
Non lo dico con autocommiserazione; vado, anzi, piuttosto fiera di sapermi arrangiare, secondo me è una dote, anche se non riesco a sfruttarla per combinarci qualcosa. Tuttavia, ritengo che quest'epoca prediliga il "genio monomarca", ossia l'individuo Titano che eccelle insuperato in un campo, e ne succhia il midollo sino in fondo.
Saper fare un poco di tutto è un po' come autodefinirsi mediocri, termine che - etimologicamente - sarebbe anche pertinente, se non avesse assunto un'accezione soprattutto negativa.
Quando ero piccolina tutto il mio eclettismo (Carla Bruni di questa parola direbbe "ah! Che volgarità!") tornava spesso a mio favore: disegnavo abbastanza bene, scrivevo abbastanza bene, cantavo abbastanza bene, suonavo abbastanza bene, parlavo, scrivevo e capivo l'inglese abbastanza bene, ballavo persino abbastanza bene. Ero apprezzata, una bambina che sapeva fare tante cose. Poi, crescendo, ho compreso che "abbastanza" non è abbastanza, scusate la tautologia. Forse ho imparato a scrivere meglio, tuttavia a volte mi perdo in madornali ingenuità. Il che rappresenta un limite. Canto, ma non riesco a raggiungere note troppo alte, ergo non posso fare la cantante; disegno e mi interesso di moda, ma non ho una spiccata attitudine per la materia, ergo non posso parlarne troppo. Parlo inglese, lo scrivo correttamente, ma me la cavo, e invidio chi è più fluent di me. Suono il pianoforte; ma non so leggere più lo spartito, il che mi impedisce di sentirmi completa.
E voi direte: "ma basterebbe intensificare un po' lo studio di qualsiasi materia! Stupida!". E qui viene fuori la vera responsabile della mia mediocrità: LA NOIA. Mi stanco velocemente di tutto, prendo, abbandono, prendo, abbandono, non mi fermo mai nello stesso punto troppo a lungo, ho bisogno di scorrere, e scorrere spesso significa anche scivolare sopra le cose, senza penetrarle davvero, solo sfiorandole e lasciandosele alle spalle.

Così, cresco solo a metà. E guardo il mio supermarket di capabilities, dove i genii monomarca non metterebbero mai piede se non per curiosare un po', trovare qualcosa che li attrae e renderlo sfacciatamente unico.


15 marzo 2011

Let me not to the marriage of true minds

10 marzo 2011

Insonnia

Stanotte, mentre osservavo il soffitto grazie alla solita veglia forzata, pensavo che, a volte, pecco di bassa autostima. Voglio dire, sono sempre la prima che si mette in dubbio, e non do per scontato che l'altra persona con la quale mi relaziono (che sia fidanzato, amico o trombamico) possa sempre provare le stesse cose per me per l'eternità. Mi pongo nella situazione, spesso errata e deleteria, per carità, di credere che la causa di certi cambiamenti di atteggiamento sia il fatto che sono io a non avere più la stessa presa di prima sulla suddetta persona. "Sbagli!" mi dicono tutti, e io, sulle prime, annuisco. E poi, però, quando ascolto i discorsi di alcuni maschi in crisi, penso che tutto sommato ho solo il dono dell'umiltà. Perché non mi sognerei mai di "tranquillizzare" il partner che si allontana, ribadendogli che per me non è cambiato niente, se è lui a prendere le distanze, per esempio. Bella faccia tosta, pensare "è insicuro, quindi debbo tranquillizzarlo". Eppure, più di una volta ho ascoltato uomini che danno per scontato che, se noi donne ci allontaniamo, dev'essere per motivi che non hanno a che fare con loro. Per non parlare di quelli che hanno paura che tu voglia a tutti i costi una relazione da loro, e che si irrigidiscono ogni volta che t'incontrano per strada. Bisognerebbe far capire a questo genere di maschi che l'universo non ruota attorno al loro irresistibile fascino. E che noialtre magari non vi diciamo "ok, adesso puoi anche andare via" mentre siete ancora lì a infilarvi le mutande, perché siamo gentili; e che se non vi calcoliamo a una cena mentre ci sedete talmente vicini che ancora un po' finiamo in braccio all'amica accanto, forse non è perché abbiamo paura di non piacervi più, ma perché ci avete rotto la fava. E ancora, se anche vi concediamo notti infuocate e dopo vi baciamo sulle labbra, non vuol dire che vogliamo sposarvi o che siete gli unici maschi della nostra vita. Significa che ci piacete. Punto. Partite da quel punto, e abbassate il delirio di onnipotenza: magari invece di incappare in un'altra figa di legno la prossima volta imparerete a capire quando, come e se davvero qualcuno vi ama.


N.B. prima di dover rispondere a commenti che dicono di non generalizzare, sappiate che NON sto generalizzando: i nomi non si fanno per fair play, e perché in alcuni casi non sarebbero nemmeno affari miei. Ergo neanche vostri!
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