13 luglio 2013

Ashes to Ashes, past to dust



Never look back, they say.

Mi è bastata la voce di David Bowie, inaspettata, fuori fuoco, in un contesto con il quale strideva, di pace, di riflessione, di risate.
Non una canzone qualsiasi, ma Ashes to Ashes.

E mi è tornato in mente il concerto che Bowie fece a Lucca nel 2002. Ci andai con il mio fidanzato di allora, un dark alcolizzatissimo e in fissa con Ziggy Stardust al punto che in quel periodo prese a colorarsi i capelli color blu puffo. Lo amavo tantissimo, ero cotta come una bistecca alla brace, e stupida come solo i giovani innamorati possono essere.

Attendevamo il concerto insieme a un sacco di gente, e il meteo non prometteva molto bene. C'era anche Elisa, una splendida ragazza dal corpo mozzafiato che di mestiere faceva la spogliarellista. Se state visualizzando uno stacco di coscia di un metro e ottanta, gonfia di silicone e un po' volgare, be', siete fuori strada. Era davvero carina, non troppo alta, capelli rossi, bellissimo fisico, ovvio, ma fine e discreta. Mi piaceva molto nonostante fosse amica del mio uomo, anzi, me la presentò proprio lui in quella occasione. Strinsi subito amicizia. Non so: nel caos emotivo che mi stavo trascinando dietro in quel periodo, mi trasmetteva pace quella ragazza vivace e simpatica. Era una che stava bene con se stessa, quel che io non sono mai riuscita a fare, nemmeno quando potevo permettermelo.
L'unica cosa che non mi piaceva di lei era il nome: Elisa era anche la ex storica di quel mio fidanzato blu puffo, e non l'aveva mai dimenticata del tutto.
Non è molto bello convivere con un fantasma ingombrante, nemmeno quando sai che lei ormai non è più interessata e sta ben lontana da te. In realtà Elisa era con noi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E quando lui iniziava a parlare di lei, gli brillavano le pupille come i primi giorni in cui stavamo insieme. Una condizione che non ci mise molto a svanire. Scoprii negli anni, dopo la fine di quella storia malatissima, che il Puffo era solito innamorarsi molto velocemente, e altrettanto velocemente tradire e scaricare le fidanzate di turno. Sempre con il nome "Elisa" sulle labbra, ma pronunciato così piano da non udirlo.
Mi trascinavo quel cadavere vivente appresso in ogni dove. E quella notte lo sentii fin troppo pesante, perché il Puffo pensò bene di sbagliarsi e di chiamarmi, così, senza motivo, Elisa. Sapevo bene che non si riferiva all'amica spogliarellista. Forse, anzi, lo avrei trovato più accettabile.

Di quel ragazzo che beveva troppo e ancora poteva sollevarsi se solo si fosse reso conto di avere un presente, oggi, non mi resta nulla. Niente, nemmeno il saluto per strada: non ha mai accettato i miei ammonimenti, né mai capito che forse era perché un po' di bene gliene ho voluto veramente, che lo trattavo con durezza, con determinazione.

A volte mi capita di ripensarci, come ieri.
Ma poi alzo lo sguardo, vedo intorno a me persone pulite, sane, padrone di se stesse, e meravigliose.
E allora mi dico che l'inferno spesso non si sceglie, ma altrettanto spesso lo si ama, e che non si può trovarne l'uscita se non lo si vuole veramente.

My mother said to get things done
You'd better not mess with Major Tom...

Ammòre, tecnologia e anni di meno

La mia amica Grace lunedì ha compiuto... ehm... 27 anni (non posso dire però da quanto li compie), e da una settimana le stavamo preparando la festa in spiaggia. Dovete sapere che La Grace è un'autosabotatrice di feste di compleanno cronica: una volta abbiamo chiamato amici comuni da Milano, architettato una torta finta dalla quale farli uscire e... lei s'è prenotata le vacanze. Un'altra volta, ha sgamato una sorpresa direttamente a casa di Paolone, quando oramai credevamo di stupirla con effetti speciali, e invece no. Questa volta, dopo aver fatto partire una megachat su facebook non appena ha pronunciato le parole "mi piacerebbe tanto fare un pic nic in spiaggia", c'è mancato poco che non se la organizzasse da sola, anzi, un po' c'è pure riuscita: ha chiamato diverse persone che partecipavano alla sorpresa, le quali poi - in crisi isterica - hanno chiamato me, dicendo "ma quindi cosa dobbiamo faaaareeee" oppure "ma quindi se l'è daaataaaa" e amenità similari. Alla fine, forse un po' se l'era intagliata, ma perlomeno non s'aspettava che le avremmo regalato un tecnologico tablet, anche perché lei è una da cose rosa, femminili, possibilmente vintage e soprattutto lontane da istruzioni su come farle funzionare. Ma vabbè! La festa è riuscita, lei è contenta, e ciò mi basta! Taaanto ammòre!

Mi sono resa conto in questi giorni, riprendendo i contatti con la realtà che c'è là, fuori dal mio pc e dal lavoro, che sto davvero rassegnandomi agli anni che passano senza godermeli.
Che poi, non me li sento dentro, semmai sono tutti fuori.
 Il punto non è compiere gli anni, o vederli passare, ma come ce li sentiamo. Io mi vedo almeno dieci anni di più di quelli che mi sento, e guardo a chi ne ha dieci di meno con nostalgia, attrazione e un po' di ansia. Mi allontano, prendo le distanze psicologicamente.
Quando prendi coscienza di questo, forse è il caso di intervenire. Avere trent'anni in fondo è bellissimo: detti tu le regole e sei più consapevole nel male ma anche nel bene. Perché rovinarsi il momento di gloria?
È il momento di lanciare Biancaneve dalla finestra e di stringere la mano alla Regina. E anziché mandare il cacciatore nel bosco per far fuori la prova degli anni che passano, invitarlo a cena e bere un bicchiere insieme.
Amen!

7 luglio 2013

Dalla parte di chi?


Minime risoluzioni spontanee di problemi in corso.

Mi è andata bene con lo stage, sono rimasta. Non possono dire lo stesso le due ragazze che erano con me, che invece sono state mandate via dai sindacati perché "svolgevano mansioni che prima svolgevano i dipendenti in cassa integrazione". Allora, mettiamoci in testa due cose: uno stagista per quanto bravo non è un professionista. E non penso proprio che - per quanto le due ragazze fossero davvero in gamba - abbiano portato via il lavoro dei professionisti che ora sono in cassa integrazione. Lagnarsi perché l'azienda fa lavorare (capiamoci: modificare o creare delle immagini per format da immettere sui social non è sostituire i professionisti in progetti di advertising di una certa importanza) due stagiste anziché i dipendenti che non può permettersi più di pagare alle cifre con cui li ha sempre privilegiati prima della crisi, significa mettere sullo stesso piano le capacità di professionisti ventennali con quelle di studenti in formazione. Ridicolo. Io non  mi permetterei nemmeno lontanamente di pretendere di sostituire chicchessia in azienda. Ho solo da imparare.

Quanto a me, mi sono salvata solo perché la persona che si occupava del lato social dell'azienda non era in cassa integrazione, ma si è licenziata prima ancora che tutto 'sto casino scoppiasse.

Alle ragazze si sono interrotte le creditizzazioni. Un applauso ai sindacati. Vi farei presente che questi sono i lavoratori del futuro e si ricorderanno di questo rallentamento nella loro carriera accademica.

Lo stage non è retribuito per nessuno. A voi sembra sfruttamento, a me ora come ora sembra una grossa opportunità, visto che quel che imparo sul campo  - senza lo stage - dovrei pagarlo in corsi dedicati che non posso permettermi.

Un sentito grazie ai colleghi che ci hanno segnalati pensando di fare danno all'azienda, e una spiegazione in breve, ché forse non hanno ben capito una cosa fondamentale: se l'azienda si risolleva voi il posto ve lo ripigliate, noi ce ne andremo comunque. Se pensate di far danno all'azienda voi per primi, allora non mi resta che darvi appuntamento all'ufficio di collocamento. Ciao nèh, ci vediamo lì.

21 giugno 2013

In Short


Questa mattina, il tempo che non ho me lo prendo.
Questa cosa che se non ti penso non appari e quando comincio a pensare a te compari, c'è sempre stata.
Mi manchi e - puff - eccoti lì.

Ancora mi chiedo come possa questa profonda empatia andare d'accordo con una distanza di sentimenti così enorme.

9 giugno 2013

Geni incompre(n)si(bili)

(In ricordo e onore del gruppo del Pizzi Riccardo)


Fin da piccola, ho sempre mostrato un'innata passione per la tecnologia e una predisposizione a capirla senza leggere le istruzioni che proprio non so da chi abbia ereditato: in famiglia sono tutti tecnolesi, tranne la Zia Pina, che (pur non capendoci una mazza) quantomeno cerca di barcamenarsi e fingersi disinvolta per non fare la figura di quella vintage. Il che si potrebbe anche riassumere con "impara le cose che riesce a fare e dice che le altre non le servono". Anche questa è una strategia.

- zia, ti insegno ad andare su internet!
- ma tanto non lo uso.

- sì ma adesso è tutto in rete, ti devi aggiornare, certe cose non si fanno più allo sportello!
- ma tanto non lo uso!
-...
- non lo usooo
- ... 

Invece mia madre non ha imparato nemmeno a inviare messaggi. Ogni volta che mi sto facendo i beneamati affari miei (e capita assai di rado), arriva col cellulare in mano e:
- non riesco a chiamare tua sorella (leggi: chiamo tuo cugino di Roma/gente a caso)
- non riesco a chiamare tua sorella (leggi: ho il cell spento e non me ne accorgo)
- non riesco a chiamare tua sorella (leggi: mia sorella s'è rotta i maroni e le cassa tutte le chiamate)

Mio padre ha imparato a inviare sms dopo due anni e sei mesi di tirocinio guidato (da me. Sempre nei momenti in cui mi faccio i beneamati affari miei); ora però s'è incapponito che vuole mandare anche le email. Visto che facebook lo usa, come Rain Man, ma lo usa, ha letto sulla pagina del giornale del suo siculo paese natale che si possono ricevere i pdf delle pubblicazioni lasciando il proprio indirizzo email.
Apriti cielo:

- mi insegni a mandare le email
- e il punto interrogativo?
- non era una domanda.

Questo è il risultato dell'ultimo scambio di opinioni. Secondo me, tra due anni e otto mesi, ce la fa.



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